Ho appena visto questo film e domani devo tenere una lezione sulla violenza nelle nuove religioni. Gli spunti per una buona discussione non mancano...
Non so se posso dirlo a lezione, ma io una certa dose di violenza nei confronti delle persone che appaiono nel suddetto film la troverei alquanto legittima.
lunedì 6 agosto 2007
mercoledì 1 agosto 2007
Letture
I corridoi dei dipartimenti universitari, si sa, sono la culla del sapere. I luoghi in cui ogni quesito viene discusso, interpretato, risolto.
Ieri pomeriggio nel corridoio del mio dipartimento si è svolta una vivacissima e animata discussione tra me, collega J. e collega G.
Dopo un acceso dibattito abbiamo convenuto che, no, il finale di HP non ci è piaciuto per niente. Che il libro poteva essere interrotto qualche capitolo prima della fine.
Collega J., serissimo ricercatore sempre chino sui libri, esprimeva il suo giudizio sull’ultimo capitolo mimando l’atto di mettersi due dita in gola e vomitare.
Collega G. ci raccontava che sua figlia è assolutamente convinta che a 11 anni riceverà la lettera per la famosa scuola di magia. Come risposta, collega J. si vantava del fatto che la sua città natale, in UK, si trova vicino alla suddetta famosa scuola.
Collega T., che transitava proprio in quel mentre, pareva molto perplesso.
Allora abbiamo fatto finta di scambiarci libri seri e voluminosi (ma era solo una copia dell'ultimo HP per la moglie di collega G.).
Ieri pomeriggio nel corridoio del mio dipartimento si è svolta una vivacissima e animata discussione tra me, collega J. e collega G.
Dopo un acceso dibattito abbiamo convenuto che, no, il finale di HP non ci è piaciuto per niente. Che il libro poteva essere interrotto qualche capitolo prima della fine.
Collega J., serissimo ricercatore sempre chino sui libri, esprimeva il suo giudizio sull’ultimo capitolo mimando l’atto di mettersi due dita in gola e vomitare.
Collega G. ci raccontava che sua figlia è assolutamente convinta che a 11 anni riceverà la lettera per la famosa scuola di magia. Come risposta, collega J. si vantava del fatto che la sua città natale, in UK, si trova vicino alla suddetta famosa scuola.
Collega T., che transitava proprio in quel mentre, pareva molto perplesso.
Allora abbiamo fatto finta di scambiarci libri seri e voluminosi (ma era solo una copia dell'ultimo HP per la moglie di collega G.).
martedì 31 luglio 2007
Per colpa di un accento
un tale di Santhià
credeva d'essere alla meta
ed era appena a metà.
(Gianni Rodari)
Gli accenti mi sono simpatici. Soprattutto mi sta simpatico l’accento inteso come “intonazione” “cadenza” piuttosto che il segno diacritico. (Anche perché con le tastiere giapponese e inglese mettere gli accenti sulle parole è un lavoraccio.)
Mi piace sentire le stesse parole pronunciate in maniera diversa, anche se non tutti gli accenti sono piacevoli.
Nell’appartamento sopra il mio abitano tre studenti, uno è nato in Cina, uno in Nigeria e uno nel Galles. Se parlo con tutti e tre faccio un po’ fatica a “sintonizzarmi” sui diversi accenti contemporaneamente. Il marito di una mia collega è irlandese, un’altra collega è americana, un altro sudafricano. L’accento indiano mi sta particolarmente simpatico, anche se spesso capisco molto poco. L’accento kiwi è buffo, a volte assolutamente incomprensibile (comincio a credere che certe espressioni che usano a fine frase siano dei codici segreti che devono essere pronunciati il più velocemente possibile).
Ma a me piace sempre di più l’accento kiwi e quasi quasi comincio ad imitarlo, mischiandolo con il mio accento italiano (anzi, camuno) e creando un mostro.
(Tutto questo discorso per dire che tutti devono amare gli accenti, perché fino a quando i miei studenti continueranno a giudicare il mio accento italiano molto “cool” mi verranno perdonate tutte le stupidaggini che dico ^-^; ).
La scorsa settimana il mio HOD (il “capo” del dipartimento) è venuto a una mia lezione. Quel giorno più di metà classe ha deciso di non dormire e di giocare a “la domanda più stronza”. Per fortuna è stato apprezzato il fatto che fossero così partecipi.
Ho notato che il cappottino arancione che ho comprato a Tokyo se indossato con gli stivali fa molto “signorina Rottermeier” . D’ora in poi so cosa mettermi per farmi rispettare.
credeva d'essere alla meta
ed era appena a metà.
(Gianni Rodari)
Gli accenti mi sono simpatici. Soprattutto mi sta simpatico l’accento inteso come “intonazione” “cadenza” piuttosto che il segno diacritico. (Anche perché con le tastiere giapponese e inglese mettere gli accenti sulle parole è un lavoraccio.)
Mi piace sentire le stesse parole pronunciate in maniera diversa, anche se non tutti gli accenti sono piacevoli.
Nell’appartamento sopra il mio abitano tre studenti, uno è nato in Cina, uno in Nigeria e uno nel Galles. Se parlo con tutti e tre faccio un po’ fatica a “sintonizzarmi” sui diversi accenti contemporaneamente. Il marito di una mia collega è irlandese, un’altra collega è americana, un altro sudafricano. L’accento indiano mi sta particolarmente simpatico, anche se spesso capisco molto poco. L’accento kiwi è buffo, a volte assolutamente incomprensibile (comincio a credere che certe espressioni che usano a fine frase siano dei codici segreti che devono essere pronunciati il più velocemente possibile).
Ma a me piace sempre di più l’accento kiwi e quasi quasi comincio ad imitarlo, mischiandolo con il mio accento italiano (anzi, camuno) e creando un mostro.
(Tutto questo discorso per dire che tutti devono amare gli accenti, perché fino a quando i miei studenti continueranno a giudicare il mio accento italiano molto “cool” mi verranno perdonate tutte le stupidaggini che dico ^-^; ).
La scorsa settimana il mio HOD (il “capo” del dipartimento) è venuto a una mia lezione. Quel giorno più di metà classe ha deciso di non dormire e di giocare a “la domanda più stronza”. Per fortuna è stato apprezzato il fatto che fossero così partecipi.
Ho notato che il cappottino arancione che ho comprato a Tokyo se indossato con gli stivali fa molto “signorina Rottermeier” . D’ora in poi so cosa mettermi per farmi rispettare.
sabato 14 luglio 2007
primi passi

Leggendo i consigli di Tokidoki nei commenti al post precedente, mi sa che ho gia' sbagliato tutto: la porta del mio ufficio e' sempre aperta, gli studenti vanno e vengono quando vogliono, anche se ci sarebbe un "orario di ricevimento" ufficiale. ^-^;
Sono sopravvissuta alla prima settimana, anche se ieri ero stremata. Uno dei due corsi ha solo 6 studenti, per il momento ne ho visto solo 4, un`ottima impressione, magari fra un po` propongo di trasferire le lezioni al bar.
L`altra classe ha invece una ventina di iscritti, una quindicina quelli effettivamente presenti. Sembrano piuttosto svegli. La " piu' brava della classe" si e` gia` palesata, preparattisima, fa domande precisissime e ha l`eta` di mio padre, e mi sento un po` in imbarazzo quando mi chiama "doctor". Pare che ricevere domande da parte degli studenti durante la prima settimana sia un evento rarissimo. Nelle due classi ci sono state domande e commenti fin dal primo giorno. Non so se esserne felice, preparo la lezione con l`ansia di domande a cui non so rispondere!
Ieri il macellaio mi ha chiesto se sono una studentessa, quindi adesso ho un macellaio preferito e comprero` carne ogni settimana da lui, anche se non la mangio (a patto che mi ripeta la stessa domanda ogni volta).
Domani andro` a visitare un centro di meditazione Thailandese, perche` offrono il pranzo, ovviamente.
Sto usando la tastiera giapponese, senza accenti (per questo ci sono gli apostrofi ovunque).
lunedì 9 luglio 2007
Si comincia!
Domani ci sarà la mia prima lezione. Spero che gli studenti siano indulgenti, io non lo ero affatto ai tempi dell`università.
Certo che passare da un paese, il Giappone, dove non puoi dare del “tu” quasi a nessuno, se non legato a te da strettissimi vincoli di parentela o di amicizia, a un paese dove gli studenti salutano un insegnante mai visto prima con “Ehi Zazie, come va?” è un bel salto.
(pensandoci neanche in Italia avrei mai osato chiamare per nome un insegnante).
Io mi sono sempre sentita un po` in imbarazzo nella formalità, quindi questa totale informalità mi fa sentire a mio agio. Sono certa che farò delle figuracce terribili con la pronuncia dei nomi (sempre se riuscirò a ricordarli…). E sarò costretta a chieder loro di non parlare a macchinetta con l’accento troppo stretto, o non potrò mai rispondere adeguatamente alle loro domande (o forse potrei usarle la pronuncia come scusa per non rispondere alle domande a cui non so rispondere).
sabato 7 luglio 2007
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